EUROPA CINEMA AL FEMMINILE 2021 – I edizione

Giovedì 28 Ottobre 2021 – ore 19.30

LA INOCENCIA di Lucía Alemanny

ore 19.30 / Paese: Spagna
LA INOCENCIA
di Lucía Alemanny 

Fiction, Spagna 2019, 92’

Brillante esordio alla regia di Lucia Alemany che firma una commedia drammatica incentrata su Lis, un’adolescente che inizia a scoprire la propria sessualità e sogna di lasciare il paesino dove vive per studiare tecniche acrobatiche a Barcellona. In quel contesto è a tutti gli effetti un’eccentrica. Il film infatti è anche e soprattutto il ritratto di quella comunità di provincia, non sempre silenziosa, testimone di tutto ciò che accade nel circondario. In un tale microcosmo, l’eccezione rischia sempre la censura se non la condanna da parte dei benpensanti.

Trailer

Lucía Alemany (Traiguera, Castellòn, 1985) laureata in Comunicazione audiovisiva ed ex allieva della ESCAC (dove ha studiato direzione e produzione) debutta nel lungometraggio con La inocencia [+]. Per realizzare questa sua opera prima è stata supportata da The Screen della ECAM(leggi la news). Parliamo con lei della gestione del suo film, girato nel suo paese natìo e in dialetto valenziano, e presentato nella sezione New Directors del 67° Festival di San Sebastián.

Intervista alla regista

Cineuropa: Com’è stato far parte di The Screen?
Lucia Alemany: Il mio caso è stato un po’ particolare, perché quando siamo arrivati alla ECAM sapevamo che avremmo girato entro pochi mesi: avevamo un inizio di budget, però mancavano ancora delle cose. Erano tre anni che lavoravo allo script con Laia Soler, e Mar Coll [una delle sue mentori alla prima edizione di La incubadora, programma di sviluppo di lungometraggi di The Screen] mi scrisse una email chiedendomi come volevo affrontarlo. Io le risposi: “Ho bisogno che mi aiuti a concentrarmi, perché tendo alla dispersione”. Allora, lei venne con lo script pieno di note, scena per scena, e rimase a spiegarmi ogni cosa: era giusto ciò che le avevo chiesto. In quel momento, nessun personaggio ha visto diminuire la sua trama e io mi sono concentrata più nella storia principale e nella protagonista. Molte storie sono cadute, più tardi, al montaggio. Il film è un altro da quando è passato per The Screen, mi hanno aiutato molto. Ed è stato necessario: mi hanno guidato a solo tre mesi dalle riprese.

Cosa ha Carmen Arrufat, la giovanissima e sconosciuta attrice protagonista, perché la scegliesse?
L’ho selezionata per la verità che trasmette, e inoltre, non aveva mai fatto cinema prima, motivo per il quale non aveva la tecnica e poteva essere modellata. Ai casting dovevamo essere molto pratici perché il tempo volava: è venuta Carmen e ha superato cinque casting, che sono serviti anche come delle prove. Lei era il volto dell’innocenza e mi ricordava la protagonista di La vita di Adele [+]. Non credo che abbiamo incontrato nessuna migliore per la parte, per il modo in cui guardava tutto con la massima illusione, forse con timidezza, senza giudicare niente ed essendo totalmente trasparente.

La trama di La inocencia contiene molti suoi elementi personali?
Sì, cominciai a scrivere una storia mia: sentivo che a 30 anni e senza una grande cultura cinematografica – sono infatti cresciuta nelle strade di un paese – per raccontare bene una storia, autentica e con realismo, dovevo averla vissuta. Ma una volta che ogni attore ha dato vita a ciascun personaggio, non l’ho sentita più così mia.

Il film coglie molto bene l’ambiente dei paesini, con le sue feste e le vicine di casa.
So perfettamente cosa significa vivere in un paese: nel mio caso, quando avevo 18 anni, il mio paese era una gabbia, la mia prigione e sono scappata il più lontano possibile. Sono stata molti anni contraria al mio paese fino a quando nel mio progetto finale alla ESCAC c’era un professore che ci insegnò che per dirigere la cosa più importante è parlare di qualcosa che solo tu puoi raccontare.

Allora ho capito che era il momento di tornare in paese e di fare pace con le mie origini: ho girato un cortometraggio lì, anche il film, ho vissuto lì e il mio paese mi ha salvata. Non abbiamo potuto girare in un altro luogo senza la collaborazione disinteressata dei vicini. Magari quel rancore era un po’ immaginato, però sì è dura vivere in un paese: dove parlano di te e non ti senti libera.

La protagonista soffre le critiche delle vicine per il suo modo di vestire…
Sì, per un tempo ho portato i rasta ed è stato come una bomba: camminavo per la strada e sentivo tutti i tipi di commenti senza filtri.

Nel film c’è anche la mancanza di comunicazione fra genitori e figli.
Voglio credere che ciò stia venendo meno. Nel film viene mostrata una famiglia patriarcale e maschilista, ma con la speranza che sia la fine di tutto questo. Forse sono un po’ ottimista ma voglio credere che ne stiamo uscendo.

Torna in alto